Perchè le Feste ?
Centro Studi Erasmo EventiPublished giugno 9, 2010 at 07:00 View CommentsPer poter capire la religiosità popolare nell’attuale contesto è necessario disporre di diversi registri di lettura. La realtà postmoderna che viviamo ha completamente svuotato di senso religioso una ritualità che affonda le sue radici nella tradizione, per ridurla agli aspetti folkloristici. Nonostante questa mutazione permane il rapporto devozioni, feste e poteri mafiosi. L’altra chiave è quella del rapporto tra politici e feste patronali, usate per aumentare la propria visibilità. E’ legittimo allora chiedersi: cosa rappresentano per il cristiano del post-Concilio i riti religiosi? Come superare l’antica e la nuova alleanza tra penetrazioni mafiose e riti religiosi?
Il problema che attraversa le regioni del Mezzogiorno d’Italia dal Concilio di Trento (1545-1552) in poi è il rapporto tra forme di religiosità popolare e struttura sociale. Il Documento della CEI: “Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà” (1989) aveva posto con molta chiarezza all’attenzione della Chiesa e della società l’esigenza di una nuova evangelizzazione della pietà popolare :”..”la necessità di una nuova evangelizzazione della religiosità è universale, sappiamo quanto importante e urgente essa sia nelle regioni del Mezzogiorno….(N.26), con molta chiarezza. Nel nuovo Documento “Per un Paese solidale: Chiesa italiana e Mezzogiorno” (2010), non si parla più dell’esigenza di nuova evangelizzazione ma si rilegittima una pratica religiosa preesistente: :…..”nell’esperienza delle popolazioni del Mezzogiorno un ruolo importante svolge la pietà popolare, di cui al Chiesa apprezza il valore, vigilando nel contempo per ricondurne a purezza di fede le molteplici manifestazioni, in particolare le feste religiose dei santi patroni. In essa bisogna riconoscere un patrimonio spirituale che non cessa di alimentare il senso del vivere di tanti fedeli, infondendo loro coraggio, pazienza, perseveranza, solidarietà, capacità di resistenza al male e speranza oltre ogni ostacolo e difficoltà” ….(n.14). Il post- Concilio è stato caratterizzato nel Mezzogiorno d’Italia da movimenti che cercavano il superamento della festa patronale a favore dell’impegno solidale riscoprendo nella centralità di Cristo il fondamento della testimonianza di fede. Con la cristologia del Vaticano II i Vescovi nel documento del 1989 ristabilivano le basi della liberazione del “popolo di Dio” da quelle forme di religiosità che finivano “essere “altro” rispetto all’annuncio del Vangelo. All’inizio del 3^ Millennio ci si ritrova ancora con riti, devozioni, feste patronali che rimettono in ombra l’annuncio evangelico. Quali sono le cause che non permettono la diffusione della solidarietà evangelica nel corpo sociale? Come mai, nonostante i contributi della cultura sociologica, antropologica, storica, le devozioni ai santi continuano a essere oggetto di interesse anche degli individui e dei gruppi mafiosi? Lo sforzo compiuto da sacerdoti, vescovi, religiosi e laici nello svelamento del rapporto perverso tra “mafia-religione” è in atto da dopo le uccisioni dei preti don Puglisi e don Diana ma viene lasciato all’iniziativa del singolo pastore. I media hanno acceso tutti i riflettori sulla “pedofilia” all’interno della Chiesa ma non si capisce perché accendono solo qualche lumino sulla coscienza ecclesiale in rapporto al fenomeno mafioso. E’ merito di Francesco Michele Stabile aver avviato la riflessione storica sul “modello devoto mafioso” (cfr.Coscienza ecclesiale e fenomeno mafioso, in Augusto Cavadi (a cura di), Il Vangelo e la lupara, VolI, EDB, 1993). Più recentemente il problema è stato affrontato da Alessandra Dino (La mafia devota, Chiesa, religione, cosa nostra, Laterza, 2008). A questi si aggiungono gli interventi e le opere di Roberto Saviano, le quali contribuiscono a comprendere il senso delle iniziative volte a depotenziare le contraddizioni della “religiosità popolare” usata per rafforzare la mafia. Per comprendere questa complessità è necessario individuare le due correnti che sussistono nella Chiesa. La prima è quella che tace sul rapporto religiosità/politica; la seconda è quella impegnata a capire, a discernere, a svelare, a denunciare, ad annunciare “tempi nuovi e cieli nuovi”. La festa patronale sanciva e sancisce un ordine gerarchico-sociale che comunque alimenta forme di dipendenza. La chiave di volta per superare la ritualità fine a se stessa avrebbe dovuto essere la diffusione della lettura della Bibbia. Una lettura pubblica e con commento pubblico per interiorizzare il messaggio e quindi contribuire a far cadere le maschere dei poteri. Pertanto di quale evangelizzazione ha necessità il Mezzogiorno nell’attuale situazione sociale? La pietà popolare, che si manifesta nei riti pubblici (processioni, adorazioni, pie pratiche), appartiene alla sfera del pietismo privato non scevro da carattere magico. Il Sud dagli inizi degli anni ’90 ha compreso che la testimonianza cristiana si sostanzia di responsabilità condivisa ed è capace di superare le solidarietà corte delle reti familiari, di clan, di municipio. In tal modo è possibile la manifestazione della comunità derivante dal Vangelo. Abbiamo più volte sostenuto che ciò è possibile se si è capaci di “storicizzare” la pietà popolare, o meglio se la spiritualità diventa storia di popolo.
Antonio Gramsci amava leggere la storia dei santi e il loro rapporto con la politica (A. Gramsci, la religione come senso comune, EST, 1997). Ai politici dei nostri giorni questo non interessa affatto, piuttosto li troviamo impegnati a far uso del cerimoniale delle tradizioni dei santi patroni per ottenere consenso. Dobbiamo convenire che la coscienza di un popolo non può essere generata da pratiche devozionali, riti e cerimonie sganciate dalla solidarietà condivisa, poiché alimentano false identità. Sono pratiche che separano e rendono potente chi le propone e le organizza. Mi sono sempre chiesto qual è la differenza tra le Confraternite del Sud e le “contrade comunali” toscane che evocano le radici fondative medioevali. Le prime non creano senso civico di appartenenza alla Comunità, le seconde fanno rivivere una solidarietà lunga, capace di coinvolgere tutti in prima persona e ne rafforzano il senso civico. I riti della settimana santa, le processione del patrono e dei santi putroppo non producono una mobilitazione sociale, capace di generare nuovi valori da praticare nella vita quotidiana. Credo piuttosto che sia necessario disporre di nuove indagini puntuali per capire come e quanto le pie pratiche alimentino il circuito del consumo. Nel Mezzogiorno la Chiesa non può non contrapporsi ai modelli mafiosi, negare la prima comunione a un figlio di mafioso è doveroso, negare i funerali a chi ha creato disastri ambientali è cosa molto diversa dal diniego dei funerali al povero Welby. Dalla nuova evangelizzazione il Mezzogiorno può tornare a essere soggetto di liberazione per l’intero Paese. Le Chiese del sud dovranno mobilitarsi sfidando se stesse e aiutando una società a mettere a nudo la propria anima.
Aprile 2010
FRANCO FERRARA




